Politica estera - Presidente di Commissione 1979-83 e Ministro degli Esteri 1983-89

Medio Oriente

Lasciato il governo nel luglio '79, Andreotti mantenne una incisiva presenza sulla scena della politica internazionale quale presidente della Commissione Esteri della Camera prima di assumere la guida della Farnesina dal 1983 al 1989.

E' una fase di particolare iniziativa dell'Italia sullo scenario del Mediterraneo e del Medio Oriente e Andreotti può dare spazio alla sua strategia di attenzione verso il mondo islamico perseguita da anni pur fra non poche critiche. Nel 1983 fa scalpore la sua decisione di invitare, quale presidente della Unione Interparlamentare, il leader dell'OLP Arafat nell'aula di Montecitorio, mentre destano molte diffidenze soprattutto negli Stati Uniti i suoi gesti di conciliazione nei confronti del presidente libico Gheddafi accusato dagli americani di istigazione del terrorismo. In realta' sia Arafat che Gheddafi diventeranno negli anni successivi interlocutori fondamentali per la diplomazia internazionale alla ricerca di soluzioni per la crisi mediorientale.

Per Andreotti, la pace nel Mediterraneo coincide con l'interesse primario dell'Italia alla stabilità dell’area. Da qui il suo impegno per mantenere aperti canali di comunicazione fra l’Occidente (e in particolare gli Stati Uniti) e il mondo arabo, anche nelle sue componenti più radicali. Andreotti inoltre sottolineò sempre la necessità di trovare una soluzione negoziata al contrasto israelo-palestinese (quello che definiva un “conflitto fra due ragioni”) che conciliasse con le esigenze palestinesi il diritto di Israele a vivere in sicurezza.

 
Rapporti con gli USA. Sigonella

L’atteggiamento italiano sui temi del Medio Oriente non parve comunque mettere in discussione i buoni rapporti con gli Stati Uniti. I governi italiani si mantennero fermi nel sostegno al progetto di installazione degli euromissili, a dispetto dell’opposizione del PCI e della presenza di un forte movimento pacifista. Tanto da giustificare la riconoscenza espressa pubblicamente dal presidente Reagan che, in occasione della visita compiuta da Craxi e Andreottil a Washington nel 1985, elogiò il ruolo avuto dall’Italia nel sistema atlantico e nel favorire indirettamente l’avvio del dialogo con l’Unione Sovietica sulla questione degli euromissili.

Un momento di forte tensione fra Stati Uniti e Italia si ebbe nell’ottobre 1985 in occasione del dirottamento della nave italiana Achille Lauro da parte di quattro terroristi palestinesi che uccisero il passeggero americano Leon Klinghofer. Il presidente del Consiglio Craxi e il ministro degli Esteri Andreotti contrastarono con fermezza le posizioni del governo americano durante la gestione della crisi (risoltasi con la resa dei dirottatori). Particolarmente difficile la situazione che si verificò nella base militare siciliana di Sigonella dove il Boeing con i terroristi a bordo era stato costretto ad atterrare da apparecchi USA e dove marines americani giunsero quasi al conflitto armato con militari italiani nel tentativo di catturare i passeggeri. Fra questi si trovava anche il dirigente dell’OLP Abu Abbas, accusato da Washington di gravi responsabilità in atti di terrorismo.

L'Europa

 Per ciò che concerne il processo di integrazione europea, tra il 1984 e il 1985, si aprì una delle fasi più importanti, che avrebbe condotto dapprima all’Atto Unico Europeo e poi al trattato di Maastricht. In tale ambito nel 1985, in occasione di un semestre di presidenza italiana, Craxi e Andreotti riuscirono a condurre a termine la difficile trattativa di adesione della Spagna e del Portogallo alla Comunità. Per superare le ultime controversie legate soprattutto a problemi di politica agricola, nella riunione conclusiva dei ministri degli Esteri, Andreotti, presidente di turno, costrinse i colleghi a rimanere seduti al tavolo quasi ininterrottamente per quaranta ore.

Importante fu inoltre il ruolo svolto dai due leader italiani durante il Consiglio Europeo di Milano del 1985 nel determinare, con il sostegno di Kohl e di Mitterrand, la decisione di convocare una Conferenza intergovernativa per la riforma dei trattati di Roma. Decisione fortemente avversata dal premier britannico Margaret Thatcher.